Quando non giocavamo a pallone

Negli articoli precedenti, le foto che avevano innescato in me l’onda automatica dei ricordi, ritraevano squadre casolane di calcio; ho pensato allora di mettermi alla ricerca di foto dello stesso periodo che mi ricordassero momenti in cui si faceva qualcosa di diverso dal giocare a pallone. Durante la ricerca mi sono ben presto reso conto che erano le foto più vecchie a rievocarmi i ricordi più densi e particolareggiati.
Il pallone per me è sempre stato molto importante e quando non ci giocavo cercavo comunque di parlarne, di ascoltare le discussioni dei più grandi, di documentarmi leggendo, facendo la collezione delle figurine dei calciatori e, quando possibile, vedere le partite.
Quando ero bambino, negli anni Sessanta, il calcio in TV veniva trasmesso molto raramente, solo le partite della Nazionale. La domenica sera un tempo registrato di un’unica partita del campionato di serie A ed era un evento poter vedere le partite delle varie coppe internazionali. Il tutto poi, rigorosamente in bianco e nero.
Ricordo le bellissime emozioni che provai la prima volta che mio babbo, mi portò allo stadio
a Bologna a vedere il Milan. Avevo 7 anni, ricordo che il tragitto dal parcheggio allo stadio lo feci sulle spalle di Pietro Pozzi, che tutti chiamavamo Pirè, amico di mio babbo e anche lui tifosissimo del Milan. Ricordo quanto mi entusiasmai alla vista del campo di gioco, di un verde così intenso che non aveva nulla a che vedere con il colore del campo di Borgo Rivola, dove era la terra a prevalere sull’erba, o con il grigio dei campi di gioco che mi mostrava la TV in bianco e nero. Un’altra grande emozione fu per me l’ingresso dei calciatori; l’ora di attesa tra l’arrivo allo stadio e l’inizio della partita penso di averlo passato tutto ad osservare il punto dove i giocatori sarebbero apparsi. Anche in questo caso furono i colori a darmi le prime emozioni, nello specifico quelli rossoneri delle maglie del Milan: com’era bello quel rosso che io avevo sempre visto grigio! Il Bologna quel giorno giocava in una maglia bianca con una striscia diagonale rossoblù (a quei tempi era la squadra di casa, in caso di colori simili, a dover utilizzare la seconda maglia). Ma l’emozione più grande la provai quando riuscii a intravedere Gianni Rivera, il mio idolo del momento che quel giorno giocò stranamente con il numero 7. Durante quella prima esperienza allo stadio ero così felice che quella partita avrei desiderato non finisse mai, forse anche perché il Milan la vinse per 2 a 0.
Da adolescente, diventando più indipendente, ho iniziato ad andare a vedere le partite con gli amici, a quell’età molte delle motivazioni che ti spingevano ad andarci non erano più le stesse dell’infanzia. Non più il desiderio di vivere un’esperienza indimenticabile o il vedere dal vivo i campioni che avevi visto soltanto nelle figurine o in TV, ma il dimostrare l’appartenenza ad una squadra, l’avere qualcosa da raccontare e, per noi che giocavamo a calcio, anche la curiosità e la voglia di imparare da giocatori affermati. Ricordo che a metà degli anni Settanta il Torino aveva una squadra molto forte e quando veniva a giocare a Bologna io e i miei amici eravamo molto desiderosi di andare a vedere quella partita. Massimo e Carlo per tifare, il primo per il Bologna e l’altro per il Torino; Piero invece avrebbe potuto studiare il Giaguaro Castellini, portiere del momento, Sergio memorizzare i comportamenti dei difensori Mozzini e Caporale e io prendere ispirazione da un trio di attaccanti straordinario, Claudio Sala e i gemelli del gol Pulici e Graziani. Il problema era trovare il modo di andare a vedere quella partita. Massimo riuscì a convincere Giorgio di Bruscò, suo vicino di casa e grande tifoso del Torino, ad accompagnarci. Quella domenica ci caricò sul suo furgone, mi sembra fosse un Fiat 238, che usava per trasportare cose del suo lavoro e non passeggeri. Ricordo che la maggior parte di noi si sistemarono nel retro del furgone, seduti sulle cassette dove Giorgio era solito caricare le sigarette. Durante il viaggio di ritorno, forse preso dall’euforia per la vittoria del suo Torino, Giorgio imbucò inavvertitamente la A13 per Padova, con il risultato di dover arrivare ad Altedo – ad oltre 20 km da Bologna – per uscire e poi rientrare in autostrada. “Noooo Giorgiooo, le ragazze ci stanno aspettando”.
C’è poi una storia assolutamente da raccontare, con protagonisti i miei amici, che non ho vissuto direttamente, ma ogni volta che la sento, mi sbellico dalle risate.
Nella stagione 1973-74 il Cesena partecipò per la prima volta nella sua storia al campionato di serie A. Quando arrivò il momento di ospitare la Juventus i miei amici juventini – Sergio, Piero, Giacomo e Tonino – decisero di non farsi scappare l’occasione e di organizzarsi per andare a vedere quella partita. Anche Carlo, tifoso torinista, decise di aggregarsi. L’inizio della partita era fissato per le 15.30 e gli amici quella domenica decisero di partire da Casola con la corriera delle 7 e di prendere poi il treno a Castel Bolognese per arrivare alla stazione di Cesena verso le 8.30. Qualcuno gli aveva detto che avrebbero poi potuto tranquillamente arrivare allo stadio a piedi. Bisognava però sapere dove avrebbero dovuto dirigersi una volta arrivati in stazione. Sergio decise di chiedere informazioni ad un passante, il quale gli disse di girare alla prima a destra e dopo avere superato “casa mia”, girare a sinistra e proseguire diritti fino allo stadio. Quando Sergio spiegò agli altri le indicazioni del passante venne messo in difficoltà da una domanda alla quale non seppe trovare una risposta; gli era stato chiesto, come cavolo potessero loro sapere dove si trovasse la casa di quel tipo. Decisero comunque di seguire quelle prime indicazioni, in quanto, anche se non fossero state corrette, alla partita mancavano comunque ancora 7 ore. Lungo il cammino videro in lontananza la mastodontica insegna di un negozio, nella quale era scritto: “CASA MIA”. In quell’esatto momento tutti capirono cosa intendesse il passante con quell’indicazione.

Arrivarono così alle nove allo stadio e durante la lunga attesa Sergio, da buon tifoso, decise di acquistare la bandiera della Juventus, che costava 5.000 lire. Si accorse però di non avere tutti i soldi per pagarla, ma visto che ormai quella bandiera faceva gola anche agli altri, decisero di fare una colletta e di procedere all’acquisto. Quando finalmente vennero aperti i cancelli dello stadio, i nostri eroi furono i primi ad entrare. Ebbero però la malaugurata idea di infilarsi nella curva sbagliata, quella dei tifosi del Cesena. Si sistemarono con molta tranquillità al centro della curva, in quella che poteva essere la posizione migliore. A un certo punto Sergio decise di prepararsi a sventolare la bandiera che per sua fortuna aveva gli stessi colori bianconeri di quelle del Cesena, permettendogli di passare inosservato ai più. Lo notò un signore, che forse capì l’innocenza dei ragazzi e gli consigliò, se non volessero rischiare di prenderle, di riporre quella bandiera al più presto, cosa che a malincuore Sergio fece. Di quella partita, che la Juve vinse per 2 a 0, il nostro Sergio ricorda un gol soltanto, quello segnato da Altafini nel finale; ha rimosso completamente, il gol iniziale di Anastasi, segnato dopo soli 5 minuti dall’inizio, evidentemente per la frustrazione di non aver potuto esultare e sventolare la sua bandiera.
Il ricordo di quell’avventura, mi lascia un po’ di rimpianto per non averla vissuta, stessa sensazione che provo quando sento rievocare un avvenimento avvenuto molti anni dopo, quando Sergio ebbe la geniale idea di organizzare in maniera alquanto bizzarra il nostro consueto ritrovo tra amici. Saremmo andati al mare per un pranzo di pesce, per poi successivamente sfidarci sulla spiaggia in una memorabile gara alle biglie dei corridori. Io quell’anno allenavo a Cesena e il campionato era appena terminato; quel sabato quindi lo avrei dovuto avere libero. Purtroppo però una squadra rumena in tournée chiese al Cesena la possibilità di fare un’amichevole e, non avendo la mia squadra altri impegni, la società accettò fissando la partita proprio in quella giornata. Addio pranzo di pesce e soprattutto sfida alle biglie. Mi manca veramente quell’esperienza, il non avere potuto a oltre cinquant’anni partecipare a una di quelle giornate in cui ognuno di noi si libera da ogni condizionamento che la vita gli impone e torna veramente ad essere se stesso, pensando soltanto a divertirsi come fanno i bambini.
Quando non giocavamo a pallone, molto tempo lo dedicavamo alla pratica di altri sport. Il primo torneo di pallavolo che vidi all’arena mi fece innamorare di quel gioco e fui molto felice quando Biagio e suo fratello Paolo mi diedero la possibilità di partecipare per la prima volta al torneo della Parrocchia. Avevano chiamato la loro squadra “Tanto per cambiare” e Biagio disse che sarebbe stata interamente composta da giocatori stranieri: Enric Frederik e Paul Von Biancken, Von Jordan Brusten, Jacmen Taylor… In prima media il prof. Sportelli, insegnante di Educazione Fisica, che probabilmente aveva notato in me, Naldoni e Pascutti una certa passione per la pallavolo, iniziò ad allenarci a parte, migliorando di molto la nostra tecnica. Alla fine di quell’anno feci parte del sestetto che partecipò alla fase provinciale dei Giochi della gioventù che si disputò a Ravenna. I miei compagni di squadra, oltre ai soliti amici Sergio e Massimo, erano Leonardo, Franco Alpi e Chiarabini. Dovevamo essere ragazzini molto affidabili in quanto fummo lasciati soli per tutto il torneo, senza nessun dirigente al seguito né tanto meno l’ allenatore. In pratica ci autogestimmo, per fortuna senza problemi, grazie anche al fatto che, essendo soltanto in sei, non c’era da scegliere chi giocava e chi stava fuori. Facemmo un ottimo torneo, classificandoci nelle prime otto squadre, battuti soltanto dal Ravenna, squadra composta per la maggior parte, da ragazzi che giocavano nella famosa squadra dei “Vigili del Fuoco”.
Negli anni della scuola media, gran parte dell’inverno lo passavo in Parrocchia a giocare a ping pong. I turni di gioco venivano stabiliti in base all’ordine di arrivo: chi vinceva continuava a giocare, mentre chi perdeva si accodava ad aspettare il nuovo turno. Si giocava con le racchette di legno e io preferivo il gioco di difesa a quello di attacco; la mia massima soddisfazione era quando riuscivo a fare punto, dopo aver ribattuto una serie di schiacciate dell’avversario. Il mio divertimento finì il giorno in cui Leonardo – che era molto bravo nel gioco d’attacco, ma che spesso riuscivo a neutralizzare – si presentò con una racchetta rivestita di gomma, con la quale riusciva ad imprimere forza e effetto alle sue schiacciate, tanto da renderle per me imprendibili.
Se il ping pong era lo svago invernale, il tennis era quello estivo. Nei ritrovi abituali tra vecchi amici sono due gli episodi riguardanti il tennis che rievochiamo con maggior frequenza. Il primo si riferisce ad una partita di doppio: da una parte eravamo io e Piero, dall’altra Sergio e Pierino. In un momento di quella partita, Pierino era alla battuta, mentre Sergio come da copione si era posizionato a rete, senza immaginare minimamente che la battuta di Pierino lo avrebbe colpito in pieno. Per fortuna la reazione di Sergio – già arrabbiato per come stava andando la partita – pur se molto accesa, fu soltanto verbale. L’altro episodio ha ancora per protagonista Pierino, iscrittosi al torneo ufficiale di Casola. Al primo turno doveva incontrare Edgardo Carli Moretti, il quale si presentò al campo elegantissimo, in completa tenuta bianca, come suggeriva la moda del tempo. Pierino invece, alla sua prima gara ufficiale, decise di presentarsi con una maglia rossa con i bordi neri che utilizzava quando giocava a calcio, un paio di pantaloncini beige chiaro e il berretto giallo rosso dei “Mangimi Petrini”. Chissà cosa avrà pensato Edgardo alla vista del suo avversario, che però in campo gli diede parecchio filo da torcere, uscendo sconfitto ma con gli onori di tutti i presenti.
Tra le esperienze sportive fatte, non poteva mancare il ciclismo. Un’estate dove probabilmente ci mancava un po’ di movimento e competizione pensammo di sfidarci con le biciclette. Decidemmo così di organizzare una competizione a tappe e di chiamarla, niente meno che “Giro d’Italia”.
Le gare in bicicletta non sono mai stata la mia passione, tanto che per partecipare al Giro dovetti farmi prestare la bicicletta da mio zio in quanto ne ero sprovvisto. Con non molta saggezza pensai di fare un allenamento qualche giorno prima che iniziassero le gare. Decisi di andare a Riolo e di rientrare a Casola passando per Zattaglia. Con ancora meno saggezza non mi premunii di nessuna scorta né di acqua né di cibo. Con un po’ di fatica, ricordo che arrivai a Zattaglia, ma che il dopo fu un vero calvario: non riuscendo più a pedalare in salita, scesi innumerevoli volte per spingerla a mano. Della prima tappa del Giro, ricordo che dovevamo arrivare a Casola da Palazzuolo e che nel rettilineo delle “Case bruciate” qualcuno aveva iniziato a preparare la volata compiendo una serie di scatti. In uno di questi il De, nel tentativo di superarmi, entrò in collisione con me, provocando la caduta di entrambi. Ho ancora nella mente l’immagine del suo volo, che con un perfetto salto mortale, finiva la sua corsa nel fosso.
Il secondo anno, Pierangelo Quarneti aveva deciso di aggregarsi alla compagnia. Alla partenza della prima tappa lo vedemmo scattare immediatamente perdendolo ben presto di vista. Tutti pensammo che, essendo di qualche anno più grande di noi, fosse di un altro livello e di avere già trovato il vincitore di quel Giro. Lo trovammo invece qualche Km dopo, stremato, seduto su un paracarri con la decisione irrevocabilmente presa di avere già terminato la sua avventura.
Nella tappa di montagna, con arrivo a Montalbano, Sergio, abile discesista, decise di tentare la fuga nella discesa del Vignozzo. Conoscendo le sue difficoltà di scalatore, nessuno si preoccupò, avendo tutti la certezza di riprenderlo durante la salita. Ma, pur mettendoci il massimo impegno, proprio non riuscivamo a vederlo e nessuno riusciva a capire il perché, fino al momento in cui Piero, in un punto in cui la radura era meno fitta, lo vide fresco e sereno aggrappato ad un calesse trainato da un cavallo. Oltre alla radura non abbastanza fitta, Sergio ebbe anche la sfortuna che di lì a poco il calesse arrivò a destinazione, con il risultato di farsi raggiungere e superare e di arrivare al traguardo con un ritardo considerevole.
Le edizioni di quei Giri d’Italia si sono susseguite negli anni fino a coinvolgere praticamente tutto il paese. Io però nel frattempo dopo l’apertura della piscina comunale mi ero impegnato a fare i corsi di nuoto, al mattino ai bambini e la sera agli adulti, per cui quello che succedeva al Giro d’Italia lo potevo sentire soltanto al bar, dove si parlava spesso di Carlo Giacometti che, pur vincendo tutte le tappe, il giro non lo vinceva mai, perché essendo il più forte ogni anno gli veniva data una penalizzazione, impossibile da poter essere colmata.
Negli anni della nostra adolescenza, la piscina a Casola non c’era ancora e i nostri ritrovi di bagnanti erano il palco freddo e la Breta, sostituiti per un paio d’anni dai Carvaglioni.


Un episodio avvenuto alla Breta merita di essere ricordato. Mauro Galeotti, che non sapeva nuotare, aveva trovato un modo per divertirsi. Entrava in acqua dal lato del Cantone e avanzava di qualche metro, per poi spingersi con le gambe e distendersi, fino a superare il punto dove non si toccava e aggrapparsi successivamente al sasso situato nella riva opposta. Per tornare si rannicchiava portando i piedi sul sasso e si spingeva fino al punto da dove era partito superando anche in questo caso il fatidico punto. Dopo innumerevoli attraversate capitò che in un ritorno sbagliasse le misure, decidendo di mettersi in piedi troppo presto, quando ancora si trovava dove l’acqua era profonda; non arrivando ad appoggiare i piedi, Mauro si spaventò e iniziò a bere. Soltanto il pronto intervento di Pedoni, che in quell’occasione mostrò il suo talento di bagnino molto prima di farlo ufficialmente in piscina, evitò conseguenze più gravi.
Oltre a tutte queste esperienze ricordate, a quei tempi andavamo a scuola, stavamo con la famiglia, rincorrevamo le ragazze, andavamo in moto, giocavamo a carte, a bigliardo, ascoltavamo musica, andavamo al cinema almeno due volte a settimana. Com’era possibile fare tutte quelle cose e com’è possibile ricordarle dopo tanto tempo? Sembra che le emozioni provate da giovani nel vivere nuove esperienze permettano a queste di essere fissate nella memoria a lungo termine, mentre le stesse rivissute nel tempo e divenute routine non portino allo stesso risultato venendo più facilmente dimenticate.
Concludo con quello che direbbe ogni diversamente giovane: “Quelli erano davvero bei tempi!”

Maurizio Giordani