La prima omelia di Don Natale Tomba a Casola Valsenio
“Corriamo tutti il rischio di vivere spensierati, canterellando, di non preoccuparci. A volte, noi stessi – il sindaco Maurizio prima ci ricordava il compito che abbiamo – maresciallo, sindaco, parroco, anche noi corriamo il rischio nelle nostre attività di cadere nella trappola di chi alla fine pensa a se stesso e non agli altri.
E la parola di Dio diventa un monito, affinché l’atteggiamento, il clima, lo stile, il cuore della vita non sia quello che si allinea con coloro che stanno sdraiati sui letti d’avorio, che mangiano, bevono, canterellano, suonano l’arpa, si ungono di profumo, ma della vita degli altri non si preoccupano. Mentre Dio si prende cura dei poveri, l’uomo senza Dio rischia di prendersi cura solo di sé. E questo può capitare anche al credente.
Credo che questa prima tentazione oggi sia suggerita non solo alla nostra comunità che si riunisce nel giorno del Signore, anche nel momento in cui inizio il mio ministero pastorale in mezzo a voi, ma ci chiami tutti in causa. Le guerre, le violenze, il disagio nel compito educativo, le solitudini, le povertà ci interpellano.
Il peccato che il Signore contesta nella prima lettura (tratta dal libro del profeta Amos, capitolo 6, versetti 1a e 4-7, ndr) e nella pagina evangelica (dal Vangelo secondo Luca 16,19-31, ndr) non è tanto la ricchezza, non tanto il piacere. Se uno prova piacere a vivere è una cosa bella. Non è tanto il mangiare, di cui ce ne dovrebbe essere per tutti. Il vero peccato è l’indifferenza. Non aver dato uno sguardo, non un gesto, non una briciola, non una parola al mendicante lasciato sul pavimento, evitato come un cane. Il suo peccato è l’indifferenza.
Mi preme sottolineare questo aspetto, perché a volte anche il clima delle nostre comunità rischia di bearsi un po’ di quello che facciamo quando ci raduniamo, dimenticando che ciò che abbiamo celebrato implica delle scelte di vita, dei comportamenti coerenti. A volte, invece, le nostre liturgie sono liturgie di indifferenza.
Questo scava un abisso, non solamente nelle relazioni quotidiane. Se tu, che ti dovresti interessare di me, non lo fai, a poco a poco ci allontaniamo. Se tu, che vivi il tuo compito per gratificare solo te stesso, un po’ alla volta fai crescere la sfiducia. Ecco perché il Signore oggi, nella pagina evangelica, ci invita a superare questa tentazione.
C’è un bel testo del “Piccolo Principe” di Antoine de Saint-Exupéry che dice così dell’uomo egoisticamente chiuso in se stesso: egli non ha mai respirato un fiore, non ha mai guardato una stella, non ha mai voluto bene a nessuno. Non fa altro che addizionare cifre. E tutto il giorno ripete: “Io sono un uomo serio, io sono un uomo serio”, e si gonfia di orgoglio. Ma non è un uomo, è un fungo.
L’altro protagonista della parabola è la morte. Mi sembra prezioso che oggi anche su questo siamo avvertiti. A volte rischiamo di crederci eterni, poi la vita, da un momento all’altro, ci dice: “Chi credi di essere?”. Oggi ci sei, e domani non ci sei più. E allora la parola di Dio ci avverte, in questo dialogo surreale: cerca di vivere bene il tempo che hai. Non hai che l’oggi per amare sulla terra. Cerca di praticare la giustizia, la condivisione, l’amore, la compassione. Cerca relazioni autentiche, senza calpestare, senza perseguitare, senza violentare, senza allontanare, senza uccidere, senza ignorare.
La parola di Dio oggi ci dice: attenti. Si rischia, poi, che si faccia tardi. Attenti al giudizio di Dio. Che è un giudizio d’amore, di misericordia, ma che esige che ciascuno, dal profondo, non sciupi la vita che ha ricevuto, ma la renda lieta, feconda, generosa, cordiale, capace di intrecciare relazioni autentiche.
Allora: primo, vincere l’indifferenza. Secondo, vivere intensamente il tempo che abbiamo. In che modo? Ce lo suggerisce la seconda lettura: “Tu, uomo di Dio”, scriveva a Timoteo. “Tu, uomo di Dio”. Questo vale per tutti noi. Tu, signor sindaco, tu, signor maresciallo, voi carabinieri, tu prete, tu papà, tu mamma, tu lettore, tu maestro della banda… ognuno di noi. Tu, evita queste cose.
Ecco il monito prezioso. E perché? Non perché Dio abbia un capriccio e dica “non lo devi fare, altrimenti ti fai del male”. Ma perché ci dice: “Hai la possibilità di rendere grande la tua vita, non sciuparla. Evita le cose che la avviliscono, evita le cose che rovinano la tua vita e quella degli altri. Evita”.
E tendi. Guardate che bella parola nella Scrittura: tendi. Nessuno di noi è perfetto. Tendi alla giustizia, tendi alla pietà, tendi alla fede, tendi alla carità, tendi alla pazienza, tendi alla mitezza. Combatti la buona battaglia.
Che ognuno abbia gusto a stare al mondo, e che dia gusto nella vita che ha ricevuto, per aiutare e sostenere chi gli è affidato. Accorgiti allora di te, accorgiti di Dio, accorgiti degli altri e del tuo prossimo.
In che modo? Il modo ci è stato suggerito: ascolta la parola della Scrittura. “Se non ascoltano Mosè e i profeti…”. Ascolta, è prezioso, è per il tuo bene. Ascolta la parola di Dio. E secondo, ascolta il bisogno del fratello. Ascolta il grido del povero. Che si tratti di un nostro connazionale in difficoltà, di un migrante dall’Ucraina, da Gaza o da tante regioni dell’Africa. Ascolta il tuo fratello, anche e soprattutto a partire dal fratello che ti è più vicino. Che non rimanga vuoto per colpa tua. Nudo per colpa tua.
Prendiamo, dunque, queste tre consegne semplici che ci ha dato la Sacra Scrittura.
Un giorno un mistico e saggio disse – e potremmo dirlo anche noi –: “Se trovassi la regola d’oro, convertirei tutti gli uomini”. Ma poi rifletté: “Da dove comincerò? Il mondo è così grande. Comincerò dal paese che conosco meglio, il mio. Ma è così vasto il mio paese. Comincerò dalla città più vicina, la mia. Ma è così grande la mia città. Allora comincerò dalla mia strada. No, comincerò dal mio caseggiato, o meglio, comincerò dalla mia famiglia”.
Alla fine disse: “No. Ho finalmente capito cosa vuol dire la regola d’oro: comincerò da me stesso”.
Che ognuno possa dirlo per sé. Sia lodato Gesù Cristo.”
