STORIA e PALLONE – il calcio raccontato da Matteo Blicco Mogardi

Come promesso sull’ultimo numero, dopo avere ascoltato la puntata del podcast Celo celo manca in cui Matteo Mogardi chiacchierava di calcio e ricordi con Maurizio Giordani, c’è venuta voglia di scoprire più a fondo le diverse iniziative che “Blicco” sta sperimentando per raccontare questo sport. Abbiamo allora chiesto a Maurizio e Matteo di scambiarsi i ruoli: questa volta sarà il primo a intervistare il secondo. La redazione de “Lo Spekkietto” ringrazia entrambi, siamo certi che i nostri lettori si divertiranno.

Ciao Matteo. Il primo vero ricordo che ho di te risale all’ormai lontano 1997, durante un ritiro estivo con la mia squadra. Consumavamo i pasti nella pizzeria gestita dai tuoi genitori e tu, bambino di 6-7 anni, cercavi di seguirci ovunque finché diventasti poco alla volta come uno di noi. Durante un pranzo ricordo di averti chiesto quale fosse il tuo ruolo quando giocavi nei pulcini del Casola e tu con animo felice e senza esitazioni mi rispondesti: “Trequartista”. Non una risposta generica, quale attaccante o difensore, ma molto specifica, che andava oltre le conoscenze che poteva avere un bambino di quell’età. Da quel momento per me sei diventato “Il trequartista”. Cosa ricordi di quel periodo in cui già lasciavi trasparire un grande amore per il calcio?

Il calcio per me era qualcosa di incredibilmente importante e con un babbo come il mio non avrebbe potuto essere altrimenti, mi piaceva seguire le discussioni che si facevano in pizzeria, fare la collezione delle figurine, seguire programmi come Novantesimo minuto, Dribbling e La domenica sportiva. Ma anche programmi più legati alla comicità, come Quelli che il calcio e Mai dire gol. Ero tifosissimo di Del Piero e Zidane, ero innamorato di come giocavano e mi entusiasmavano i loro colpi. Il mio sogno era quello di diventare come loro e seguendo il calcio con quell’assiduità e quell’interesse sapevo benissimo che il loro ruolo era, soprattutto Zidane, quello di trequartista. Quella mia risposta non era quindi riferita al ruolo che giocavo ma a quello che avrei voluto essere.

Poi questo sogno non si è realizzato.

A dodici, tredici anni ho abbandonato il calcio giocato, avevo capito di non avere abbastanza talento per divertirmi a giocare e penso che quella scelta abbia fatto il bene mio e del calcio.

La passione però è rimasta.

Certamente, quando per la prima volta Toro mi ha portato allo stadio nella curva del Cesena, in mezzo agli ultrà, sono passato da tiepido tifoso della Juventus ad ardente tifoso del Cesena.

E ora, nelle tue storie, il calcio è sempre protagonista. Vuoi spiegarci com’è nata l’idea dei podcast?

Mi è capitato di scoprirli qualche anno fa, quasi per caso sul quotidiano online «Il Post», e mi si è aperto un mondo. Mi sono subito accorto che mi piaceva ascoltarli e l’ho fatto sempre con maggiore assiduità. L’idea di realizzarli personalmente mi è venuta dopo un po’ di tempo, dopo avere ascoltato un podcast di Sandro Veronesi che si chiama Gravity e che racconta della partita più lunga della storia del tennis. Si tratta di un incontro del primo turno del torneo di Wimbledon del 2010 tra John Isner e Nicolas Mahut, iniziato il 22 e terminato il 24 giugno dopo 11 ore e 5 minuti di durata complessiva, con il quinto e decisivo set conclusosi incredibilmente dopo 8 ore e 11 minuti con il punteggio cestistico di 70 a 68 per Isner.

Mentre si svolgeva la partita, nel mondo accadevano molti altri eventi: l’Italia veniva eliminata dal mondiale in Sudafrica, veniva eletta la prima donna a capo del governo in Australia e Obama sostituiva il comandante delle forze americane in Iraq, finito al centro di una storia di spionaggio, cospirazione e tradimenti. E proprio gli intrecci tra sport e storia, raccontati magistralmente da Veronesi, mi hanno messo il tarlo, la voglia di fare qualcosa di simile.

Così sei partito con Storia & Pallone.

Non è stata una gestazione immediata, ogni tanto mi veniva qualche idea e alla fine ho deciso di mettere insieme gli argomenti che più amo e conosco: il calcio e la storia. Con la serie Storia & Pallone oltre il novantesimo prendo in esame 9 partite, una per puntata, incontri che hanno fatto la storia del calcio e che hanno in comune la caratteristica che i 90 minuti non sono stati sufficienti per determinare il vincitore e si sono risolti oltre il novantesimo.

Ho seguito un ordine cronologico, partendo da Italia – Cecoslovacchia, finale del mondiale del 1934, e chiudendo con il derby Real Madrid – Atletico Madrid, finale della Champions League 2013-2014. Mi ha sempre appassionato il parallelo tra calcio e società, i loro cambiamenti in funzione dell’evoluzione culturale, degli accadimenti storici e geopolitici. Ho così collegato il racconto della partita con quello che è successo in quel periodo. Oltre il calcio, racconto di politica e di guerre, di criminalità e terrorismo, ma anche di musica e di cinema.

Mi sono ascoltato tutta la serie e devo dirti che sei molto bravo e coinvolgente. Se dovessi eleggere la mia preferita tra le nove puntate, sceglierei il racconto della finale del 1978, di quello che è stato definito “il mondiale della vergogna”, tra Argentina e Olanda, conclusasi con la vittoria dei padroni di casa. Un po’ perché parli dell’Olanda che aveva ancora in squadra dei giocatori che facevano parte della Nazionale del 1974, quella che ha rivoluzionato il calcio e che personalmente ho amato di più in assoluto. Mi ha aperto il cuore sentire parlare di Rensenbrink, per me idolo numero due dopo Johan Cruijff, che era assente a quel mondiale. Ma soprattutto per come hai affrontato il periodo storico. Mi ha colpito e affascinato come hai raccontato la storia politica dell’Argentina, dal presidente Peron fino alla dittatura dei generali. Recentemente ho visto su Sky la puntata di Fifa World Cup dedicata a quel mondiale e il vederlo descritto come se, sia dentro che fuori dal campo, fosse tutto avvenuto regolarmente, mi ha lasciato un certo senso di vuoto.

Fuori dal campo si era nel tempo dei desaparecidos, in piena dittatura, dove si moriva e si veniva torturati. Il mondo del calcio, così come la politica, si rivelarono complici di questo, in quanto, con il loro fare finta che non succedesse nulla, appoggiarono un governo tra i più sanguinari della storia, dandogli la possibilità di propagandare un’immagine di sé totalmente falsa.

Dentro al campo poi ai giocatori argentini venne concesso di menare come fabbri fin dall’inizio del torneo. Certi loro interventi mi hanno un po’ ricordato quelli dei giocatori dell’Estudiantes di Buenos Aires, definiti le belve della Bombonera, nella finale del mondiale per club del 1969 contro il Milan.

Per tutto il mondiale all’Argentina è stato concesso di andare frequentemente fuori dal regolamento effettuando un gioco duro e violento, al quale gli avversari spesso hanno risposto per le rime. Molte botte e un livello di gioco molto inferiore rispetto al mondiale precedente. Ci fu poi l’incredibile storia dell’ultima partita prima di accedere alla finale, quella che è passata alla storia come Marmelada Peruana.

In quel mondiale, dagli ottavi non si disputavano quarti e semifinali a eliminazione diretta, ma si giocavano due gironi all’italiana e accedeva alla finalissima la vincitrice di ogni girone. Maldestramente le ultime partite dei gironi non si giocarono in contemporanea. Così l’Argentina ebbe l’incredibile vantaggio di sapere in anticipo che, per andare in finale, avrebbe dovuto battere il Perù con almeno 4 gol di scarto. L’Argentina vinse 6-0 contro un Perù troppo accomodante e con qualche errore di troppo del portiere peruviano Quiroga.

Forse i padroni di casa dovevano vincere a tutti i costi, ma mi chiedo: se nella finale quel tiro di Rensenbrink al 91°, invece di colpire il palo fosse entrato in porta, cosa sarebbe successo dopo?

Quelli erano tempi di sequestri: Johan Cruijff non partecipò a quel mondiale non per protesta contro il regime, come si è sostenuto a lungo, ma perché aveva subito pochi mesi prima un tentativo di sequestro e, come racconta nella sua biografia, non si sentiva nello stato d’animo giusto per affrontare un evento così importante.

Nella puntata parlo anche degli innumerevoli sequestri che vennero compiuti in Italia in quegli anni, non solo per estorsione ma anche a scopo terroristico. Il drammatico sequestro Moro avvenne nel marzo del 1978, soltanto qualche mese prima della disputa di quel mondiale.

La storia che hai descritto ha alcune analogie con quella che hai raccontato nella prima puntata.

Sì, racconto la finale mondiale del 1934 tra Italia e Cecoslovacchia, anche in quel caso vinta dai padroni di casa ai tempi supplementari. Quel mondiale fu organizzato dall’Italia fascista, che come il governo argentino del 1978 aveva individuato nel calcio uno straordinario strumento di propaganda.

Altra analogia furono le contestazioni: molti videro la vittoria come un vero furto. L’arbitro svizzero del quarto di finale Italia-Spagna fu radiato, e si disse che nella semifinale contro l’Austria venne permesso ai giocatori italiani di picchiare per tutta la partita il fuoriclasse austriaco Sindelar, impedendogli praticamente di giocare.

Bisogna però riconoscere che quell’Italia e quell’Argentina erano squadre veramente forti. L’Italia infatti vinse due anni dopo l’oro olimpico e poi il mondiale del 1938, mentre l’Argentina si confermò campione nel 1986, con un Maradona in più.

In tutte le storie descrivi qualcosa di incredibile, come l’unico trofeo conquistato dalla Russia, a quel tempo URSS. Mi riferisco al racconto della finale del primo campionato europeo, disputata nel 1960 a Parigi tra l’URSS e la Jugoslavia. Quella partita si disputò di domenica sera, ma il protrarsi oltre il 90° fece in modo che terminasse oltre la mezzanotte nell’orario di Mosca. E oltre la mezzanotte, quindi già di lunedì, venne realizzato il gol decisivo da Ponedelnik che incredibilmente in russo significa proprio “lunedì”. Avranno un seguito queste storie?

Ho già pronta la seconda stagione di Storia & Pallone: sono 10 puntate dedicate a partite terminate ai calci di rigore. A questo seguirà una terza stagione, sulle sfide memorabili tra Italia e Germania e sul rapporto tra i due paesi nel corso della storia contemporanea, partendo dall’epica semifinale del mondiale del 1970, Italia-Germania 4-3.

Poi hai realizzato un’altra serie di podcast che hai chiamato Celo Celo Manca, dove interagisci con un ospite. Anch’io ho avuto l’onore di partecipare a una puntata. Ho trovato molto interessante l’idea della figurina e bellissima la sigla. Parlaci un po’ di questa serie.

Pur mantenendo il calcio come argomento principale, sentivo il bisogno di fare qualcosa di diverso: staccarmi dalla mia confort zone del racconto e passare a interagire con ospiti nelle vesti di conduttore.

Il mio approccio al calcio, e penso lo sia stato per molti, è avvenuto con le figurine. L’ospite sceglie una figurina e spiega il perché della scelta, del suo legame con quel calciatore o degli aneddoti legati a quella figurina. Da lì parte una chiacchierata che spazia anche sulla sua professione, mantenendo però sempre il calcio come filo conduttore.

Il titolo nasce proprio dal rituale dello scambio figurine: ce l’ho quando ce l’avevo, manca quando no. Nella prima stagione ho realizzato 12 puntate, grazie agli ospiti e agli Statuto che mi hanno concesso la sigla, e a Giorgia Ricciardelli, autrice della cover.

Ci sarà un seguito anche per Celo Celo Manca?

Sì, nella prima serie ho intervistato personaggi che conosco o legati al nostro territorio; nella seconda mi spingerò oltre.

E cosa chiedi al futuro?

Mi piacerebbe che la mia passione potesse diventare un lavoro, ma sono consapevole delle difficoltà. Al momento ho entusiasmo e mi sto divertendo: finché sarà così, continuerò sicuramente, poi si vedrà.

Grazie Matteo, complimenti per quello che stai facendo e avanti per realizzare i tuoi sogni.

Intervista a cura di Maurizio Giordani

Nella foto sopra Matteo è il terzo da sinistra nella fila degli “accosciati”.