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La vera storia dell’ultima stagione da esordienti

Un’ultima stagione da esordienti è il titolo di un libro di successo scritto dal nostro Cristiano Cavina, dove si racconta la storia da lui vissuta insieme ai suoi compagni del 1974, quando, tredicenni, in un momento in cui il loro Dio era il Dio del calcio, giocarono per i colori del Casola il campionato provinciale Esordienti.

Una storia che Cristiano ha giustamente manipolato, trasformando alcuni eventi reali con elementi di fantasia, creando una narrazione, molto divertente e coinvolgente.

Uno dei protagonisti della storia è sicuramente il “Mister”, una figura mitologica che, a detta di Cristiano, era un mix di tre allenatori che aveva avuto in quegli anni: il sottoscritto, Ugo “Bischiotto” Rivola e Diego Dall’Osso. Ho letto il libro almeno tre volte, ma non ricordo di avere mai ritrovato, in quel personaggio, qualcosa di mio. In quella stagione, avevo da poco iniziato a fare l’allenatore ed ero molto giovane, mentre il mister della storia doveva avere almeno 50 anni. Al contrario di lui, non sono mai stato cacciatore né fumatore e raramente ho giocato a carte al bar.  Ho sempre tenuto al mio guardaroba e non ricordo di avere indossato stivaletti alla Beatles e per quanto riguarda il calcio, a differenza di quel mister, ho sempre avuto una visione, propositiva e progressista.

Allora, siccome in quella stagione io ero il vero “Mister”, voglio provare a raccontarne la vera storia, sicuramente un po’ filtrata dalle mie emozioni e dalle mie convinzioni.

Avevo chiuso con il calcio giocato nella stagione 1984-85. In quell’anno avevo anche iniziato ad allenare alla Virtus Faenza, società molto quotata a livello di settore giovanile. Nella stagione successiva, la Virtus mi aveva confermato come allenatore dei Giovanissimi, assegnandomi una squadra veramente forte, tanto che vincemmo tutte le partite del campionato, compresa la finalissima contro l’Imolese, che in quell’occasione ci permettemmo addirittura di snobbare, ruotando alcuni titolari perché poche ore dopo avremmo dovuto giocarci un’altra finale, quella del prestigioso “Trofeo Sarti” nientemeno che allo Stadio di Cesena.

Intanto la F.I.G.C aveva programmato dei cambiamenti di regolamento per la stagione a venire. Le annate intere e non più i semestri, avrebbero determinato le età delle varie categorie di settore giovanile. Questo cambiamento inizialmente creò non pochi problemi alle società, soprattutto nell’allestire le squadre Giovanissimi, categoria che di fatto venne mutilata di un semestre. Avrebbero infatti potuto giocare in quella categoria soltanto i nati nel secondo semestre del 1972 e tutti quelli nati nel 1973, mentre le categorie Pulcini e Esordienti avrebbero da subito potuto contare sulla doppia annata. In pratica i nati nel primo semestre del 1974, non avrebbero fatto parte della categoria Giovanissimi come da vecchio programma, ma della categoria Esordienti, insieme ai loro pari età nati nel secondo semestre e a quelli nati nel 1975.

Possiamo ben capire che senza quel cambio di regolamento, avvenuto proprio in quella stagione, nel campionato provinciale Esordienti le squadre avrebbero schierato giocatori diversi, e  inevitabilmente, la storia non sarebbe stata più la stessa e Cristiano, avrebbe dovuto attingere ad altre fonti d’ispirazione per poter scrivere il suo libro.

La Virtus intanto mi aveva confermato per la terza stagione come allenatore dei Giovanissimi, proponendomi però una rosa con seri problemi di organico, dovuti a quel semestre in meno sul quale attingere e ad alcune cessioni di ragazzi a squadre professionistiche. Ma dopo l’annata piena di soddisfazioni che avevo appena vissuto non riuscivo ad accettare quel ridimensionamento così netto e iniziai a pensare a come cambiare in meglio quella situazione. Sapevo che a Casola, per questioni di numero, ci sarebbero stati problemi ad iscrivere la squadra Giovanissimi, ed elaborai una proposta da sottoporre a Lamberto Venturi, che era il nuovo direttore generale della società. Gli proposi di portare alla Virtus con me, a titolo di prestito per quella stagione, Mattia Sagrini, Gabriele Guidi, Andrea Campoli e Adriano Cavini, che essendo più giovani, difficilmente avrebbero trovato spazio nella loro squadra Allievi. In cambio la Virtus mi avrebbe acconsentito di allenare la squadra Esordienti del Casola, cosa che Lamberto mi aveva proposto di fare, qualche tempo prima.

Con Mattia, Gabriele, Andrea e Adriano – che conoscevo molto bene per averli avuti come allievi nei vari corsi che facevo a scuola, in palestra e in piscina – avevo già parlato ed erano entusiasti di provare quella nuova avventura. Occorreva però il benestare delle loro famiglie, che ottenni presentandomi in ogni casa accompagnato dai dirigenti della Virtus.

Quell’anno avrei così allenato sia i Giovanissimi della Virtus che gli Esordienti del Casola. Avevo però un altro problema da risolvere perché, inevitabilmente, qualche partita le mie due squadre avrebbero dovuto giocarla in contemporanea. Avendo la Virtus la priorità, convinsi il mio amico Giacomo Lasi a seguirmi in tutte le partite del Casola e a sostituirmi ogni volta che fossi mancato.

L’inizio non fu semplice, in primo luogo perché i due pilastri della squadra, il grande Poggio (Alessandro Poggiali) e Piter Cammello (Peter Tozzi), protagonisti della storia romanzata di Cristiano erano in realtà stati ceduti al Faenza e dovevo trovare la non facile soluzione di come sostituirli.

Le prime due amichevoli furono un autentico disastro, con due sconfitte, entrambe per 5 a 0, contro il Faenza di Poggio e Peter e contro la Virtus.

Ricordo che cercai da subito di fare capire ai ragazzi che in quell’anno le cose si sarebbero fatte molto seriamente, inserendo negli allenamenti di inizio stagione le classiche prove di corsa sui  1000 metri a ritmo sostenuto, alternate a fasi di recupero controllato, generalmente poco amate anche dai calciatori professionisti. Non tutti però capirono subito quel messaggio e mi capitò ad un allenamento, dopo essermi dedicato a sistemare lo spazio e ad aver iniziato a spiegare la nuova esercitazione, di notare alcuni ragazzi che, invece di stare attenti, erano intenti a costruire piccole montagne di sabbia. Tra quelli più presi da quella divagazione c’era Cristiano, il nostro futuro scrittore. Al mio invito a smettere, tutti obbedirono, tranne Cristiano che con aria di sfida continuava tranquillamente nella sua opera. Dopo un secondo inutile richiamo, commisi, da allenatore poco esperto, un grosso errore, decidendo di risolvere la questione con una minaccia. Dissi a Cristiano di smetterla  immediatamente e che in caso contrario gli avrei rifilato un calcio nel sedere. Ma al contrario di quello che mi sarei aspettato, Cristiano continuò imperterrito, intensificando il suo  sguardo di sfida. A quel punto mi trovai ad un bivio senza possibilità di tornare indietro e dovendo per forza scegliere una delle due strade, pur sapendo perfettamente che nessuna sarebbe stata quella giusta. O mi rimangiavo la minaccia che avevo fatto, perdendo tantissima credibilità da parte dell’intera squadra, o procedevo portando a termine un’azione comunque sbagliata e mai giustificabile. Optai per la seconda soluzione, cercando di limitare al massimo l’intensità del gesto. A quel punto, Cristiano smise immediatamente e cambiò il suo sguardo di sfida con uno che comunicava una marcata incredulità, come dicesse: “Ma, me lo ha dato davvero!!”

Fortuna per me che eravamo nel 1986 e la mia amica Nicoletta faceva parte delle mamme di una volta, che se andavi a casa a lamentarti, piuttosto che prendere le tue parti, erano pronte a rincarare la dose.

Le amichevoli con Faenza e Virtus, mi avevano detto che oltre  all’organizzazione di gioco, la squadra aveva assolutamente bisogno di  essere sistemata in difesa. Dovevo assolutamente trovare la quadra prima dell’inizio del campionato.

Ci riuscii, trasformando in difensori tre giocatori che  fino ad allora avevano ricoperto ruoli offensivi. Cristian Visani, da centrocampista offensivo, lo trasformai in un libero costruttore di gioco, un po’ alla Scirea. Cristiano Albonetti da prima punta divenne difensore centrale marcatore e in quel ruolo sarebbe riuscito a giocare fino alla prima squadra. Anche  Lorenzo Dardi, che per emulare il babbo, che era stato un ottimo giocatore del Casola, aveva iniziato a giocare da  ala destra, lo trasformai in difensore. Lorenzo, si rivelò utilissimo nelle numerose partite in cui dovette sostituire Gian Luigi Folli, spesso disperso chissà dove.

L’ inizio del campionato fu travolgente e guadagnammo subito la testa della classifica. Il nostro modello di gioco prendeva dal calcio italiano per quanto riguardava la disposizione della squadra in campo e voleva prendere da quello olandese per quanto riguardava la mentalità offensiva, il movimento dei giocatori e il gioco sulle fasce laterali. Giocavamo con un sistema: 1-3-4-1-2, con qualche similitudine con quello che qualche anno dopo il Parma di Nevio Scala avrebbe applicato con grande successo.

Mauro Rontini  era il nostro affidabile portiere, Cristian Visani, il libero costruttore, Cristiano Albonetti e Gian Luigi Folli erano i difensori centrali marcatori, con Lorenzo Dardi, come primo rincalzo. I quattro centrocampisti erano: a destra Marco Donatini che garantiva una spinta fantastica; al centro destra agiva Cristiano Cavina, con compiti di equilibrio e copertura, mentre al centro sinistra c’era, Tiziano Righini che, grazie ad un’ottima corsa e a notevoli capacità di inserimento, aveva il compito di alternare spinta sulla fascia sinistra e proiezioni centrali in zona gol. Marco Bertaccini era l’esterno di sinistra, che essendo più giovane non era in possesso di quelle doti di corsa necessarie per quel ruolo, ma partecipava con molta diligenza e precisione alla manovra, garantendo l’equilibrio necessario, a coprire le numerose incursioni offensive di Tiziano.

Davanti a loro Michele Righini agiva da regista ed era nato per fare quel ruolo, in quanto aveva la dote naturale di collegare efficacemente il reparto arretrato con quello offensivo. Avesse avuto le doti di corsa e la capacità di inserimento di suo fratello Tiziano sarebbe stato un centrocampista fantastico, con qualità per poter ambire (babbo Sandro permettendo) ad una certa carriera calcistica.

Massimo Isola e Daniele Bernabei erano le due punte. Il primo, non velocissimo, ma dotato di grande intelligenza e buona tecnica, con un sinistro di tutto rispetto, preciso e per quell’età anche potente. Il secondo invece era un attaccante molto rapido e sempre acceso, pronto a sfruttare ogni occasione a proprio favore.

Riccardo Malavolti era il portiere di riserva, Bruno Donini un jolly che al bisogno poteva essere giocatore di movimento o portiere, Claudio Cavina un giovane difensore in crescita. I gemelli  Riccardo e Simone Lama, con Marco Cenni, completavano la rosa.

Mantenemmo la testa per tutto il campionato, con una flessione nel girone di ritorno che mise in pericolo il nostro primato. Ma un pareggio in casa contro il Riolo e la vittoria nel difficile campo di Solarolo ci aprirono le porte alla vittoria finale.

Il derby contro il Riolo lo giocammo in una situazione di grossa difficoltà per l’assenza contemporanea dei fratelli Righini, impegnati in una vacanza in montagna. Ricordo che inutilmente, andai da babbo Sandro a pregarlo di anticipare il rientro, pur sapendo che tra tutti i genitori, era sicuramente quello che credeva meno nel Dio del calcio. Giacomo mi raccontò di quella partita, alla quale non ebbi possibilità di assistere perché impegnato con la Virtus, esaltando la concentrazione e l’abnegazione dei ragazzi, con nota di particolare merito per Claudio Cavina, per la prima volta titolare in una partita importante. A Solarolo invece vincemmo per 1 a 0, grazie ad un gol di Isola e ad una grande prestazione collettiva.

Ormai era fatta, per tagliare il traguardo della vittoria del girone e raggiungere la finalissima avremmo soltanto dovuto vincere le ultime due partite, contro squadre tranquillamente alla nostra portata. Cosa che puntualmente facemmo, rifilando un sonoro 5 a 0 alla Dozzese in casa e vincendo nettamente in trasferta a Lugo. In quest’ultima partita riuscimmo a raggiungere un altro primato; siccome tutti i titolari della squadra nel corso del campionato avevano realizzato almeno un gol escluso il portiere, a dieci minuti dalla fine, con il risultato, nettamente a nostro favore, spostai Mauro da portiere a centravanti e, anche grazie all’altruismo dei compagni, Mauro riuscì nell’impresa di realizzare due gol.

Eravamo in finale e avremmo giocato contro la Virtus, che nell’altro girone aveva surclassato il forte Faenza, battendolo in trasferta per 4 a 0, con una prestazione eccezionale alla quale assistetti, rimanendo impressionato nonostante conoscessi perfettamente quella squadra.

Per me sarebbe stata la seconda finale di quella stagione. La prima, con i Giovanissimi della Virtus, la portammo a casa ai rigori, dopo avere vinto meritatamente il girone. Protagonista di quella finale fu Gabriele Guidi, che parando due rigori ci permise di vincere partita e campionato. Ma tutti i casolani furono protagonisti in quella stagione: Mattia Sagrini giocò così bene da meritarsi un lungo corteggiamento da parte del Cesena, Andrea Campoli, con la sua rapidità ed eleganza, era diventato un piccolo idolo per chi ci seguiva abitualmente e Adriano Cavini si era rivelato un jolly preziosissimo.

Ma quella bella avventura, finita benissimo per me, faceva ormai  parte del passato. Ora i miei pensieri erano focalizzati a preparare al meglio i miei Esordienti a una finale in cui tutti i pronostici erano orientati su una facile vittoria della Virtus.

Coinvolsi tutti quelli che in quella stagione mi erano stati vicini. Oltre a Giacomo, Maurizio Isola (il Barone), Francesco Donatini (Cecco), Mauro Dardi e Nicoletta Cavina, per preparare le cose al meglio.

Siccome la finale si sarebbe giocata di sabato pomeriggio sul campo neutro di Brisighella, riuscimmo ad organizzare un ritiro prepartita a Sasso, ospiti degli Isola, fin dal mattino, con i ragazzi che quel giorno, con loro grande piacere, saltarono la scuola. Prima del pranzo, che avremmo consumato rigorosamente uguale a quello dei giocatori professionisti, preparammo nei dettagli la partita. Per giocarcela avremmo dovuto limitare al massimo le giocate del loro giocatore più forte che agiva in una posizione di centrocampista arretrato, mentre Donatini, avrebbe dovuto impedire le incursioni in sovrapposizione del loro terzino sinistro. che avevo visto essere devastante nella partita che la Virtus aveva stravinto contro il Faenza. Se fossimo riusciti a mettere in pratica quella strategia avremmo limitato i rifornimenti per le loro quotatissime punte, favorendo il lavoro dei nostri difensori. Chiaramente, non avremmo soltanto dovuto pensare  a difendere, ma cercare di sviluppare il nostro gioco, provando a crearci opportunità per segnare.

Dopo avere fatto un po’ di relax, dopo il pranzo partimmo per Brisighella, pronti a giocarci la finale.

La partita andò come l’avevamo preparata. Tiziano, Michele Righini e Cristiano Cavina, aiutandosi reciprocamente, non permisero al loro centrocampo di prevalere e al loro giocatore più forte di essere protagonista. E non lo fu nemmeno il loro terzino sinistro, inesorabilmente fermato da Donatini. Senza i necessari rifornimenti le loro punte vennero praticamente annullate, grazie all’ottima prestazione dai nostri difensori centrali (Cristiano Albonetti, Gigi Folli e Cristian Visani).                 Il risultato finale fu uno 0 a 0 in cui noi giocammo una fantastica fase difensiva, senza  mai permettere alla Virtus di impensierire il nostro portiere. Facemmo anche una buona fase offensiva ma la forza dell’avversario non ci permise di essere mai pericolosi.

Si sarebbe risolto tutto alla lotteria dei rigori, che purtroppo non ci sorrise. Dopo avere realizzato i primi quattro rigori fallimmo l’ultimo, mentre i nostri avversari li realizzarono tutti e cinque, aggiudicandosi finale e campionato.

Dopo quella partita pensai che fosse andata così perché, fosse stato il Dio del calcio a volerlo, come allenatore avevo raggiunto due finali, entrambe concluse ai rigori: una l’avevo vinta e l’altra persa… giusto così. Oggi invece sono convinto che se avessi chiesto al mio amico Piero, portiere specialista nel parare rigori, di consigliare Mauro su come cercare di emularlo, le cose sarebbero andate diversamente e avremmo potuto completare un’impresa davvero incredibile. Vincere con il Casola, dopo avere ceduto al Faenza i due giocatori in quel momento più forti, il campionato provinciale Esordienti, in una categoria che, a differenza di Giovanissimi, Allievi e Juniores, non prevedeva campionati regionali, per cui tutte le squadre, comprese quelle più blasonate e che facevano selezione, vi partecipavano.

Mi sono chiesto più volte come avessimo fatto, con due soli allenamenti settimanali, ad arrivare ad un livello così alto. Oltre al talento di quei giocatori, oggi so di avere avuto un alleato formidabile, un maestro straordinario per i miei ragazzi: quel “gioco libero” che loro praticavano per ore e ore, ogni giorno, nel campetto della Misericordia, dietro alla palestra e in ogni posto in cui fosse possibile.

Maurizio Giordani