POLARIZZATI
Come molti di noi stanno già sperimentando, viviamo in un periodo storico altamente polarizzato. Non c’è più spazio per un dialogo tra idee politiche differenti; esistono solo posizioni, confini indelebili tra convinzioni sempre più radicalizzate, schieramenti ormai ridotti a ideologie fin troppo semplicistiche. Siamo come le caselle di una scacchiera che esistono in virtù di uno scontro tra parti. Potremmo pensare che questo è il segno di un’epoca che sta per cambiare, l’ennesimo tempo che finisce in funzione di un altro che deve arrivare, che segue il corso delle vite umane, alimentando la teoria che lega inesorabilmente la Storia a quelle dei singoli. Mi pervengono alla mente due immagini: una palla che scende lungo una scala a chiocciola, e ogni rimbalzo è un mutamento sui gradini del tempo; un formicaio, che può esistere solamente in presenza delle formiche che lo popolano (sine qua non) Certamente, da qualche anno, si è aperto uno scenario tutt’altro che rassicurante. Con la pandemia abbiamo appreso che la salute della collettività si paga con la libertà dei singoli; con la guerra abbiamo messo in dubbio la pace, la quale sembrava fosse data per scontata, ma – a quanto pare – è sorretta dai fili invisibili di accordi diplomatici. Se pensiamo alla politica di 10 anni fa: quanto sembra lontana? Non si parlava di: crisi diplomatiche, timori per le guerre, corsa agli armamenti, dazi, genocidio (principalmente è cambiato il focus). E quando dico “politica” mi riferisco alla forza e alla frequenza con cui certe parole, frasi ed espressioni sono entrati nell’uso quotidiano del parlato – mai avrei immaginato di sentire “Europa” e “riarmarsi” in un contesto comunicativo serio (pensavo fosse una cosa superata, dai). 1
Attualmente, la politica mondiale è idealmente spaccata in due e sembra non trovare uno spazio d’incontro comune. Il linguaggio è cambiato: i toni si sono inaspriti, la comunicazione è rapida, retorica e perentoria; i leader non rappresentano più le istituzioni ma fanno leva sull’immagine personalistica (Trump, che non è un politico, sopra tutti). Il pluralismo prima era l’elemento imprescindibile delle democrazie mentre ora è quasi una nota a piè di pagina, lasciando il posto alla polarizzazione dei contenuti, alla radicalizzazione delle posizioni (sia a destra che a sinistra), alla nostalgia per i nazionalismi, a sentimenti suprematisti (cancel culture, islamofobia, moralismo, occidentalismo2), alla lotta per questioni puramente ideologiche. Le Destre hanno saputo intercettare un’epoca di cambiamenti, raccogliendo i malumori nella popolazione e mostrandosi un porto sicuro di fronte alle crescenti preoccupazioni dovute allo scoppio di nuovi conflitti e al ritorno di un vecchio nemico dell’Occidente. Come ha affermato Floris in una recente intervista (La Torre di Babele), di fronte a problemi troppo grandi, anziché studiare ed accrescere la nostra cultura, cerchiamo delle scorciatoie, affidandoci a quei leader che ci appaiono più forti e che promettono maggiore sicurezza. Gli attuali governi occidentali, in questo, sono più vicine alle dittature orientali (mascherate da democrazie), anche se in Occidente la tolleranza e il dissenso sono ancora – parzialmente – legali (per fortuna). Non solo il linguaggio politico ci sta educando all’estremismo, ma anche e soprattutto il potere che nasce dal sapiente uso dei mezzi comunicativi (che leader e lobby internazionali conoscono bene). Lo schema è questo: conosco il mezzo -> lo so usare -> veicolo il mio messaggio (prima che un fatto possa essere accertato). Inoltre, finché rimango nella sfera verbale, posso dire ciò che voglio3. Se non trovo riscontro nell’opinione pubblica, ho la possibilità di cambiare versione o di virare l’attenzione su qualcos’altro (spostando il focus dalla precedente notizia a quella nuova). Posso giocare con l’ambiguità delle mie affermazioni; se pubblico con frequenza e mi mostro ripetutamente, frammento la concentrazione dei media, che non fanno che correre dietro all’ultima notizia. In questo, lo vediamo, Trump ha fatto scuola: non solo mettendo in moto la macchina della propaganda in maniera ferrea, ma spostando i riflettori della comunicazione da un bersaglio a un altro. Abbiamo imparato che Internet è il mezzo ideale per la viralitá dei contenuti: la comunicazione raggiunge più persone in meno tempo. Inoltre, sui social media, dove le informazioni vengono raccolte in brevissimi reel, l’attenzione dell’utente viene addestrata a limiti di tempo, e non c’è modo per approfondire la veridicità dei contenuti. E quando finalmente si scoprono i fatti, purtroppo la shitstorm è già passata e il mondo è già rivolto alla prossima notizia4. Nella comunicazione non conta più il fatto in sé, ma la sua rappresentazione, il focus, il messaggio.
La polarizzazione, inutile dirlo, ha stravolto i social media. In generale, ci fidiamo sempre meno degli altri (questo ben prima dell’AI). Abbiamo scambiato la libertà di espressione con la libertà di dire qualunque cosa, e spesso si trasforma in un giudizio estremo, negativo, arbitrario, che non dà valore alla conversazione, che nasconde un pregiudizio, una frustrazione e un malessere esistenziali. Eugenio Radin, citando Victor Frankl, suggerisce che parte della “polarizzazione” non è solo per ideali politici, ma perché la vita, rispetto al passato, si è svuotata di significato: il “radicalismo” (in termini di presa forte di posizione) diventa per alcuni un modo – sbagliato – di dare senso, di reagire a un vuoto interiore.
Inoltre, abbiamo dimenticato che oltre gli schermi, ci sono persone con le loro ragioni. La politica, in origine, è nata per il confronto tra opinioni diverse, ragioni diverse, obbligandoci a trovare punti d’incontro condivisi. Non conosciamo la verità, possiamo conoscere i fatti e darne una nostra versione per tentare di spiegarli. Sui social, invece, siamo portati ad essere massimalisti: puristi tanto nei principi quanto nelle azioni5. Ma davvero tutto ciò rispecchia la realtà?
Siamo giunti al punto che le mie opinioni qualificano la mia persona: sarò di Destra se associate alla Destra e sarò di Sinistra se la Sinistra. In questo momento, si passa dall’essere etichettati come fascista, da un lato, o come comunista, dall’altro: le sfumature non esistono più a quanto pare. Ma questo non esiste nella dimensione del reale. Per esempio, potrei essere per una maggiore distribuzione della ricchezza e non essere favorevole all’aborto, o avere dei dubbi che non mi fanno sostenere una posizione netta. Certo, non potrei mai trovarmi d’accordo con chi promuove violenza o discriminazione; ma bollarlo con un’etichetta abbandonando la comunicazione non porta a nulla, senza argomentare, senza provarci perlomeno.
Ci sono questioni per le quali non c’è risposta e nemmeno soluzioni definitive. Se ne parla, possibilmente con toni pacati, civili. Sempre Radin suggerisce l’idea di “criticare con gentilezza”: trovare un terreno comune prima di scontrarsi riduce la polarizzazione. Il problema nei social è che il terreno per la discussione è molto poco fertile: come detto sopra, si può commentare senza metterci davvero la faccia e questo porta a un pot-pourri di opinioni derivate dai nostri stati emotivi (parliamo di pancia). Inoltre, la polarizzazione online nasce, prima che dalla politica, con le piattaforme: ogni sistema è governato da un algoritmo, che sceglie per noi le informazioni più affini ai nostri gusti. Con questo, non ci sarà mai la reale possibilità di incontrare opinioni differenti, di verificarle, confrontandoci. Capita proprio l’opposto: ogni incontro è uno scontro, un attacco, un giudizio semplificato (chi userebbe lo stesso tono in un dialogo vero?). L’algoritmo premia l’indignazione e la rabbia. Francesco Oggiano introduce il concetto di “fuck news”, cioè notizie costruite per suscitare indignazione, spesso incomplete o decontestualizzate.
Personalmente, lo scrolling (lo zapping6) sui social ha limitato di molto la mia attenzione: leggo meno, mi stanco a guardare un video di un’ora su YouTube, guardo i reel a velocità doppia. È diventato un’abitudine e non va bene. Bisogna lottare contro la dipendenza che tutto ciò crea e soprattutto smetterla di foraggiare un sistema non sano, fondato soprattutto sull’immagine: creare contenuti che diventano virali aumentano la nostra visibilità, dandoci in pasto all’algoritmo che ci costringe a pubblicare con frequenza a discapito della qualità.
Ma poi… penso anche che, stare dietro a tutte ‘ste notizie – la maggior parte delle quali negative o tragiche, che fanno leva sulla nostra indignazione – perché? E soprattutto, per chi? Un conto è tenersi informati su ciò che riguarda il mondo, e che riguarda quindi noi tutti; un altro è alimentare il gioco dei potenti, di coloro che vorrebbero raggiungerci in tutti i modi, per manie di controllo, veicolandoci un certo tipo di immagine così studiata, così artefatta, che è lontana dalla realtà7.
Mi rendo conto finalmente di essere stanco. Forse non possiamo controllare il focus sulle notizie – che i media si contendono – ma possiamo controllare noi, i destinatari di quelle notizie. Se smettessimo di essere onnipresenti per gli altri, di voler rincorrere la loro opinione a tutti i costi8 (al di fuori di chi divulga seriamente) e dedicarci più a noi stessi, a ciò che pensiamo noi, diminuirebbe tutta questa frenesia e, forse, verrebbe meno il potere di chi gioca sulla nostra fiducia e sulla nostra salute. Infine – cosa più importante – ricordiamoci che, nonostante se ne dica del mondo, del presente, del “dove andremo a finire”, della valanga di notizie angosciose che i media cavalcano, nel mondo reale, quello vero, ci sono anche brave persone, buone notizie, cose belle, giuste cause. Alla faccia di chi vorrebbe vederci perdere la speranza.
Lorenzo Sabbatani
FONTI
SOCIAL:
@fraoggiano @francescocosta @whitewhalecafe
YT: Francesco Oggiano
NEWSLETTER: Eugenio Radin, Da Costa a Costa
GIORNALI: Il Post, Il Fatto Quotidiano
Note:
1 Secondo il rapporto SIPRI 2024, la spesa militare tedesca è arrivata a 88,5 miliardi di dollari nel 2024, con un aumento del 28% rispetto all’anno precedente (dato destinato a salire).
2 Anche le indicazioni Nazionali per la scuola sono state oggetto di discussione, per una polarizzazione nei contenuti: la disciplina di Storia si apre con una citazione: “Solo l’Occidente conosce la storia” (si teme che ciò riduca l’insegnamento a una narrazione univoca e prescrittiva).
3 Recentemente, Trump ha dispregiativamente chiamato “maialina” una giornalista che aveva chiesto di parlare sugli “Epstein files”.
4 Come il giornalista calcistico che, riferendosi alla partita contro Israele, è diventato un caso per aver usato un’espressione che ha finito per essere strumentalizzata per fini politici.
5 Il contrario di massimalismo è pragmatismo: la corrente di pensiero che privilegia l’incontro tra opinioni nell’azione pratica. Interessante è l’intervista a Velasco, ct della nazionale di pallavolo femminile, che si dichiara vicino ai valori di sinistra ma lontano dall’attuale Sinistra (IlPost, intervista di F. Costa).
6 Francesco Costa ha affermato che oggi “la parte social non esiste più”: siamo di fronte a un flusso infinito di contenuti, rendendo più facile che le opinioni si cristallizzino su contenuti polarizzanti, visto che i contenuti sono brevi, veloci e forti emotivamente.
7 Detto ciò non demonizziamo i social, ma preserviamoli dall’odio e dalla disinformazione; prendiamoci delle pause. Oggiano sostiene che uno dei fenomeni più pericolosi dei social sia l’autocensura: gli utenti moderano i propri pensieri per paura di offendere, perdere follower o finire in una “shitstorm”.
8 Oggiano critica una forma di attivismo che esiste solo sui social, il perforattivismo: molte persone fanno “attivismo di like” o “di condivisione”, ma senza un vero rischio o impegno concreto.
